Ho ritrovato l'entusiasmo (grazie all'AI)
Con l'AI il tempo tra "ho un'idea" e "la vedo funzionare" si è ridotto tantissimo. Ho ripreso progetti che avevo nel cassetto da anni, ma per chi parte adesso c'è un rovescio della medaglia.

Per anni la distanza tra “ho un’idea” e “la vedo funzionare” è rimasta sempre la stessa: lunga. Da qualche mese si è ridotta tantissimo, e con lei è tornata una cosa che non sentivo da un po’: la voglia di sviluppare progetti personali (oltre a quelli che già faccio quotidianamente al lavoro).
Il cassetto delle idee
Ho una pila di idee messe da parte. Non sono per forza progetti con un business dietro: più spesso sono idee semplici, cose che risolvono qualcosa di utile per me e che magari tornano utili anche ad altri. Quando vedo qualcosa che manca, o che si potrebbe fare meglio, mi viene voglia di sistemarlo e farlo come piace a me.
Qualche esempio: un’app per segnare i punti durante le partite di padel direttamente dallo smartwatch (lo so che ne esistono già, ma ne vorrei una mia versione, nata per mettere fine alle inevitabili discussioni sul punteggio durante le partite tra amici: ne andava della mia sanità mentale), oppure un’app per catalogare i libri che leggo su Kindle.
Non le ho mai fatte partire non perché non sapessi come farle, ma perché conoscevo il prezzo: parecchi weekend bruciati e nessuna garanzia di arrivare a qualcosa di almeno visibile. Bastava pensarci per far evaporare l’entusiasmo prima ancora di aprire l’IDE.
C’era poi un secondo ostacolo. Come per tante altre professioni, la mia preparazione informatica non copre tutti gli aspetti che mi servirebbero: per portare avanti anche solo un POC o un MVP mi mancavano pezzi che andavano al di fuori del mio bagaglio, come l’elettronica, il frontend o lo sviluppo di app. Imparare da zero una competenza intera solo per validare un’idea era un investimento che quasi mai valeva la pena.
Cosa è cambiato
AI e coding agents hanno tolto proprio questo attrito. Non è che “scrivono tutto loro”: è che il tragitto dall’idea al primo prototipo funzionante è passato da diversi sabati a una sera. Vedere qualcosa girare in fretta cambia il gioco, perché l’entusiasmo si nutre di risultati, non di buoni propositi.
È cambiato anche il costo di provarci. Prima ogni idea era una scommessa da settimane, e già solo cominciare costava troppo. Oggi un prototipo lo tiro su in poche ore: se non funziona lo elimino senza troppi rimpianti, e la cosa mi spinge a partire con idee che prima avrei accantonato.
E poi c’è il gap di competenze. Quei vuoti che prima mi bloccavano li riempio quel tanto che basta per arrivare a qualcosa di funzionante, anche in ambiti che non padroneggio: l’AI mi fa da spalla, senza dover diventare esperto di tutto prima di iniziare.
Super-poteri, con un asterisco
Per chi ha già esperienza questi strumenti sono super-poteri: sai cosa chiedere, riconosci al volo quando l’output è sbagliato, sai dove mettere le mani quando qualcosa non torna. Il giudizio ce l’hai già, l’AI lo potenzia.
E non è solo velocità. I coding agent tirano fuori soluzioni tecniche di alto livello, a volte complesse, a cui io non avrei nemmeno pensato. E i bug, se ben documentati, li risolvono in pochissimo tempo, evitandomi di perdere intere giornate a caccia di un errore. L’unica accortezza: devi sapere bene cosa chiedere e non lasciare spazio alle ambiguità, altrimenti l’aiuto ti si ritorce contro.
C’è anche un aspetto che non mi aspettavo: questi strumenti sono una risorsa formativa. Osservarli mentre producono un risultato e capire cosa stanno facendo, anche dove parto da zero, mi porta almeno al livello “so cosa andrebbe fatto a livello concettuale”. Da lì, uno step alla volta, la competenza si costruisce sul serio. A una condizione, però: servono basi solide su cui appoggiare quello che impari, altrimenti resta tutto in superficie.
Il problema è per chi parte adesso. Se salti la fatica, salti anche l’apprendimento: quella fatica era il modo in cui si costruiva il giudizio che oggi mi permette di usare bene questi strumenti. Il rischio è una generazione che sa far produrre codice senza saperlo valutare.
Conclusioni
Il bilancio, per me, è semplice: l’entusiasmo è tornato e le idee nel cassetto stanno finalmente uscendo una dopo l’altra. Non vedo questi strumenti come un sostituto, ma come un moltiplicatore di quello che già so fare.
Ho intrapreso questo mestiere per una cosa in particolare: il piacere di vedere funzionare qualcosa che ho costruito io. All’inizio ero tutto concentrato sul lato tecnico, sul come le cose erano fatte nel dettaglio; con il tempo e l’esperienza mi sono spostato sul valore di quello che costruisco, più che su come è costruito. Ed è proprio di questo che si nutre il mio entusiasmo.
È cambiato anche il mio modo di lavorare: non sono più io a scrivere il codice, riga per riga. Ora apro tante attività in parallelo e passo il tempo a verificare, indirizzare e correggere i vari agenti che lavorano al posto mio. Ho fatto pace con l’idea di “perdere il controllo” sul come, lasciando il volante all’AI: la destinazione, però, continuo a deciderla io, e arrivarci in poco tempo mi dà una soddisfazione enorme.
La domanda che mi resta aperta riguarda chi viene dopo: se la fatica che formava il giudizio si può saltare, come se lo costruiranno? Non ho la risposta, e diffido di chi ce l’ha già pronta.
Per ora mi godo la parte bella: costruire di nuovo mi diverte. Il resto lo capirò strada facendo.
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